—Emma, sei in un posto sicuro dove lui possa sentirti?
—Sono nel mio armadio— sussurrò Emma. —Sono molto silenziosa.
Dapa rallentò la velocità del respiro, lasciando che fosse lui a dettare il ritmo.
—Stai facendo esattamente la cosa giusta. Sono orgoglioso di te per avermi chiamato.
Le parole sembrarono calmare Emma, anche se loro non vi prestarono attenzione.
—Si è arrabbiata quando le ho chiesto il pigiama dello Scorpione. Ha detto che non mi serviva. Poi mi ha cambiato il letto.
“Come ha fatto a cambiarlo?” chiese Dapa.
“Non lo so”, disse Emma. “Sono già a letto.”
Le dita di Dapa si muovevano sulla tastiera. Il telefono squillò dolcemente nel suo orecchio mentre si dirigeva verso l’indirizzo visualizzato sullo schermo: Maple Grove, Willow Street.
—Emma —disse Dapa con voce calma—, Todd ti ha fatto male?
“No”, rispose Emma in fretta. “Ma ha chiuso la porta a chiave.”
Dapa chiuse gli occhi per mezzo secondo e poi li riaprì.
—La porta della tua camera da letto?
-Sì.
—Da fuori?
-Sì.
Dapa lo prese, stringendosi la mascella.
—Okay, i soccorsi stanno arrivando. Ho bisogno che tu resti vicino al telefono con me. Puoi farlo?
Emma fu sorpresa di ricordare che Dapa non poteva vederla.
-Sì.
Per restare con i piedi per terra, Dapa le poneva piccole domande: di che colore erano le pareti, quale peluche le piaceva di più, se la televisione era accesa in soggiorno.
Emma rispondeva a ogni sussurro, aggrappandosi al suono della voce di Dapa come a una corda che la allontanava da qualcosa di oscuro e informe.
Da dietro, Dapa sentì il debole clic della sua radio, che confermava che gli agenti erano in arrivo. Le sirene non erano ancora suonate, ma sapeva che avrebbe sognato.
Prima di lasciar passare quel momento, Dapa gli pose la domanda che gli frullava per la testa.
—Emma —disse con calma—, puoi dirmi com’è il tuo letto a quest’ora?
Ci fu una lunga pausa. Dapa sentì Emma sussultare e il tessuto frusciare come se si fosse spostato dal pavimento dell’armadio.
“Va bene”, disse dolcemente. “Non sei più sola. Resterò qui con te.”
Dall’altra parte della vita, Emma si agitava nell’oscurità angusta. Le sue ginocchia poggiavano su cappotti di lana e vecchie scatole da scarpe.
All’improvviso l’armadio gli sembrò troppo piccolo, troppo stretto, ma non osò lasciarsi sfuggire il telefono dalle mani.
Molto lentamente, continuando ad ascoltare la voce di Dapa, aprì con cautela la porta e scivolò sul tappeto accanto al letto, rannicchiandosi lì, da dove poteva sentire sia il corridoio sia la donna nel letto.
Mentre la chiamata terminava, un suono lontano giunse preciso attraverso il telefono: suoni lontani, ma sempre più vicini. Emma respirava a fatica, ma non si fermò. Rimase a letto, in ascolto, mentre Dapa osservava l’urlo e aspettava aiuto.