Il matrimonio era una percussione vuota di passi e risate soffocate e senza fiato. Si svolse nel cortile fangoso del magistrato locale, lontano dallo sguardo dell’élite del villaggio. Zainab indossava un vestito di lino ruvido: un ultimo insulto da parte delle sue sorelle. Sentì la mano callose di uno sconosciuto prendere la sua. La sua presa era ferma, sorprendentemente salda, ma la manica era strappata, il tessuto sfilacciato contro il polso.
“Ora è un tuo problema,” sbottò Malik, il suono di una porta che sbatte dopo un’eternità.
L’uomo, Yusha, non parlò. La portò via dall’unica casa che avesse mai conosciuto, con passi decisi anche nel fango. Camminarono per quello che sembrò un’eternità, lasciando dietro di sé il profumo di gelsomino e legno lucidato, sostituito dalla marciume salmastra delle rive e dall’aria densa e umida della periferia.
La sua casa era una capanna che sospirava ad ogni raffica di vento. Puzzava di terra umida e fuliggine vecchia.
“Non è molto,” disse Yusha. La sua voce fu una rivelazione: bassa, melodiosa e senza gli accenti aspri che si aspettava dagli uomini. Ma il soffitto resiste, e le pareti non rispondono a te. Sarai al sicuro qui, Zainab.
Il suono del suo nome, pronunciato con tale gravità silenziosa, la colpì più forte di qualsiasi colpo. Si accasciò su un materasso sottile, i sensi ipersensibili allo spazio. Lo sentì muoversi: il tintinnio di una tazza di latta, il fruscio dell’erba secca, l’accensione di un fiammifero.
Quella notte, non l’ha toccata. Si gettò una pesante coperta profumata di lana sulle spalle e si ritirò sulla soglia.
“Perché?” sussurrò nell’oscurità.
“Perché cosa?”
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